Il mito delle origini. Dalla Madre alle madri, un percorso di identità femminile

Texto presentados por la Dra. Silvia Vegetti Finzi en 1998, a raíz de su visita a Buenos Aires junto al analista Francesco Marchioro

"Finito, dirà un giorno madre Natura
finito di ridere e piangere
e sarà ancora la vita immensa
che non vede non parla non pensa."

Nazim Hikmet

 

. Premessa

La maternità è divenuta, alla fine del ventesimo secolo, quella che era stata la sessualità nella seconda metà dell'800: un luogo di conflitti non dicibile né pensabili.Così come l'isteria ha rappresentato  , nella forma della conversione organica ,  la modalità di  esprimere un disagio che la coscienza femminile non sapeva  accogliere  , analogamente i disturbi psicosomatici del processo generativo costituiscono ora il sintomo di una impossibilità che impegna la psicoanalisi su nuove frontiere. 

Le turbe del ciclo mestruale, la sterilità crescente, la difficoltà di accogliere il desiderio di procreazione, il ricorso disperato alle biotecnologie, gli aborti  ripetuti, i parti indotti , le depressioni puerperali,  sono spesso effetti di un malessere profondo dell'identità femminile che non trova le parole per dirsi e che perciò si affida al "linguaggio d'organo" per chiedere aiuto. Ma, invece di rispondere alla domanda con un'altra domanda, si  preferisce (un secolo dopo la nascita della psicoanalisi!) offrire una soluzione tecnologica, un intervento medico che, mettendo a tacere il sintomo, imbavagli ogni perturbante quesito. Pur sapendo che il mancato riconoscimento di ciò che determina la malattia farà sì che essa  si ripresenti sotto altre spoglie, con l'insistenza propria dell'inconscio, della sua inesorabile "coazione a ripetere".

Nel tentativo di far luce su di un disagio che è  al tempo stesso diffuso e misconosciuto , procedo  da tempo nell'analisi  dell' inconscio individuale femminile e delle  corrispondenti raffigurazioni  sedimentate (  nelle forme del mito e del rito)   nell' immaginario storico . Ne Il bambino della notte (1990) ho cercato di ricostruire come la bambina divenga madre all'interno di una civiltà che ha fatto della generazione la posta in palio del conflitto tra i sessi.

In questo caso invece,  per analizzare la contraddizione che dilacera l'acquisizione di una identità materna,  presenterò  le vestigia della Grande Madre, la divinità tellurica arcaica che presiede, con la sua potenza ,  alla fecondità delle messi e dei grembi femminili. A questo  scopo ho utilizzato le immagini  delle Matres Matutae, enormi statue conservate nel Museo di Capua , presso Napoli,     che esprimono,  con terribile forza evocativa, l'identificazione della madre con la terra,  del tempo biografico con il  ciclo della natura.

Per Freud l' immagine della Madre costituisce  un richiamo alla necessità del tempo, un invito  ad accettare l'inaccettabile: la congiunzione dell'inizio con la fine , della vita  con la morte. Quanto a noi, vi possiamo leggere innanzitutto un appello  alla consapevolezza della complessità, alla profondità naturale, storica e psicologica della vicenda materna.La psicoanalisi non è ancora riuscita a ricostruire la connessione della sessualità con la maternità, lo strettissimo intreccio dei due percorsi evolutivi, le loro interferenze. Sappiamo però che una donna si sente tale soltanto se è riuscita a riconoscere e accettare questa duplice economia della  mente e del  corpo. Ciò non significa che debba divenire biologicamente madre per realizzarsi. Le potenzialità generative, sottratte alla rimozione, possono essere spese in molteplici progetti di vita:  il tessuto immaginario, una volta recuperato alla consapevolezza, può divenire la stoffa di una nuova e diversa creatività femminile.

E' tuttavia sempre più evidente che intorno alla maternità permane un nodo irrisolto di pensieri e di affetti.   In un certo senso l'enigma della maternità ha sostituito l'enigma della sessualità, quello che Freud chiamava il "continente nero della femminilità". Se c'è un rimosso  nella nostra cultura penso che questo riguardi soprattutto l'identità materna .

I tre registri: una griglia concettuale per pensare la maternità

Quando la psicoanalisi affronta  la componente materna della donna, si trova inevitabilmente sospinta nella fase pre-edipica, vale a dire in quel periodo della vita durante il quale il bambino partecipa dell'identità materna, è tutt'uno con lei, con il suo corpo, con i suoi fantasmi.  Gia il termine ci dice che siamo prima  dalla triangolazione familiare, in una dimensione d'esperienza che non si colloca entro le coordinate della società e della cultura perchè costituisce un antecedente  rispetto al tempo storico e alla contrattualità dei suoi rapporti. 

 In effetti possiamo teorizzare adeguatamente un pre-edipo soltanto nell'ambito dei tre registri lacaniani, il simbolico, l'immaginario, il reale, che Lacan rappresenta come tre circonferenze.  Ognuna  di esse  si sovrappone  in parte alle  altre,    delimitando  così lo spazio complesso della realtà ,  ma in parte rimane autonoma  , non  commista  con nessuna altra  .  Per quanto riguarda la madre, essa  partecipa a  tutti e quattro gli spazi delimitati dallo schema lacaniano:   è pertanto   un dato di  realtà ma è , contemporaneamente,  un simbolo, un fantasma , una cosa.  Con il termine 'cosa' , das Ding , Freud indica quanto permane, nell'inconscio  di non rappresentabile, di irriducibile alla parola e persino  all'immagine. Esso rinvia ad un processo ipotetico, la "rimozione originaria" ,  per il  quale al rappresentante psichico della pulsione  viene rifiutato l'accesso alla coscienza.  In questo senso la 'cosa' freudiana è prossima, per quanto concerne il  pensiero aristotelico,  alla materia non ancora pervasa dalla forma o, nel sistema kantiano, alla cosa in sé, al noumeno. Per definizione  il puro 'reale' rimane impensabile ma possiamo coglierne degli effetti come residuo non elaborato  né dal registro simbolico né dal registro immaginario, eppure insistente nelle loro stesse formazioni.  Quando ci troviamo di fronte a rappresentazioni che non esprimono completamente il loro significato o il loro senso ma rinviano ad altro,   stiamo cogliendo elementi di reale.

Benché rimanga di per se stesso inconoscibile , il reale tuttavia  attiva la ricerca,  mobilita la volontà di sapere, la passione della verità.

Scrive   Freud: " La realtà stessa non speriamo neppure di poterla attingere, giacché vediamo che ogni nuova acquisizione dobbiamo comunque ritradurla nel linguaggio delle nostre percezioni, di cui non riusciamo mai a liberarci..... Il reale rimarrà per sempre inconoscibile"

E Lacan gli fa eco, nel Seminario XI :  " Il soggetto presso di sé, la rimmemorazione della biografia, tutto ciò marcia sino a un certo limite che si chiama il reale... Il reale qui è ciò che torna sempre allo stesso posto - a quel posto in cui il soggetto in quanto cogita, o la res cogitans  , non l'incontra . "    

Freud aveva intuito la precedenza  , rispetto  al tempo storico , della maternità primigenia e la sua irriducibilità alla cultura  quando, analizzando il rapporto madre-figlia, scriveva : "La cognizione di un'antica epoca preedipica nella femmina ha provocato in noi una sorpresa simile a quella che , in un altro campo, ha suscitato la scoperta della civiltà minoico-micenea precedente alla civiltà greca. Tutto,  nell'ambito di quel primi attaccamento alla madre, mi sembrò difficilissimo da  afferrare analiticamente, grigio, remoto, umbratile, arduo da riportare in vita, come se fosse precipitato in una rimozione particolarmente inesorabile".  Poiché  la civiltà greca è fondata sul logos e sul nomos , Freud attribuisce a ciò che la precede  uno statuto immaginario. In questa cartografia dello psichico , ad esempio, Tebe é il luogo del pensiero notturno, del sogno e del mito, dove si rappresentano le  passioni selvagge che sconvolgono la famiglia   , mentre   Atene é il luogo della ragione, della legge,  dello  stato.

Quando Freud afferma :   " il nucleo dell'inconscio psichico è formato dall'eredità arcaica dell'uomo" ,  intende forse riferirsi al mistero  dell'  origine, al punto senza memoria dal quale la nostra biografia sfuma verso l'ignoto. La madre arcaica, pre-edipica, è quindi un fantasma originario che da sempre  abita l' inconscio, una imago innata che precede qualsiasi esperienza individuale . Persino la dimensione filogenetica, intesa come  storia dell'umanità , non la contiene interamente perché  la maternità la precede, così come la natura, in un ordine genealogico del mondo,  è antecedente alla cultura. 

In quanto incollocabile nel tempo e nello spazio, la Madre ha in sé un elemento di impensabile , di impossibile, di reale.

Nel suo caso anche la più luminosa delle immagini  possiede al suo interno un granello di carbonio che ne offusca la  totale trasparenza. In un certo senso l'icona della Madonna Nera,  portando  il mistero alla superficie,  rendendo    visibile l'invisibile , configura  l'impossibile che ogni figura  materna contiene. 

E' molto difficile per Freud collocare il  pre-edipico materno all'interno di una concettualizzazione che si propone di ampliare l'ambito della razionalità oltre i  suoi tradizionali confini. La Madre infatti , in quanto corpo primigenio che tutto contiene,  non può essere inglobata neppure nel sogno perché  ne costituisce la matrice.

  " Anche nei sogni meglio interpretati, scrive Freud,  è spesso necessario lasciare un punto oscuro, perché nel corso dell'interpretazione si nota che in quel punto ha inizio un groviglio di pensieri onirici che non si lascia sbrogliare .... Questo é allora l' ombelico del sogno, il punto in cui esso affonda nell'ignoto. 

Ignoto che l'icona della Grande Madre non raffigura ma evoca.

Una figura che non si identifica con le madri che noi conosciamo , inscritte nella realtà e nella storia ,  perchè  costituisce un a-priori rispetto a qualsiasi esperienza. Solo se  la inscriviamo nel registro   lacaniano del reale  possiamo concettualizzarla come fuori dal tempo, dallo spazio, dalla causalità, dal simbolo, dalla sessuazione, dalla comunicazione, come  madre di tutti e di nessuno . Definirla con una  serie di attributi negativi  non ci autorizza a  considerarla inesistente ma ci invita a individuarla nei suoi effetti secondari.

 La maternità  come metafora

Sino al 15OO la metafora della Madre Terra ha espresso il rapporto organico che l'uomo ha intrattenuto col mondo prima  che la Rivoluzione scientifica ne minasse l'unità.  La visione rinascimentale della natura e della società si fondava sull'analogia organica tra corpo umano, o microcosmo, e il mondo maggiore, o macrocosmo. Scrive Carolyn Merchant : " Alla teoria organica era centrale l'identificazione della natura, e specialmente della terra, come una madre nutrice, un'alma madre: una  femmina benevola che provvedeva ai bisogni dell'umanità in un universo ordinato,

pianificato. "  Il  venir meno di questa grande espressione mateforica  lascia irrappresentata una dimensione del mondo interno ed esterno che Freud non riesce a contenere nella sua perimetrazione dell'inconscio individuale perché lo deborda da tutte le parti.   L'imago della madre fa invece irruzione nell'esperienza psichica sotto forma di perturbante (  Unheimich ) .

 " Succede spesso, nota Freud, che i nevrotici dichiarino che l'apparato genitale femminile rappresenta per loro un che di perturbante. Questo perturbante ( Unheimliche ) è però l'accesso all'antica patria (Heimat) dell'uomo, il luogo in cui ognuno ha dimorato un tempo, e che anzi è la sua prima dimora. ' Amore è nostalgia', dice un'espressione scherzosa, e quando colui che sogna una località o un paesaggio pensa, sempre sognando: " Questo luogo mi é noto. Qui sono già stato"  è lecita l'interpretazione che inserisce al posto del paesaggio l'organo genitale o il corpo della madre" Il perturbante sarebbe dunque la  qualità terrificante che emana da un rimosso arcaico , dal fantasma irrappresentabile del corpo materno.

 Ma che cosa impedisce alla imago materna di emergere pienamente alla coscienza e alla cultura? Il suo statuto contradditorio:  la sua collocazione tra la notte e il giorno, la vita e la morte, la materia e lo spirito, il corpo e l'anima. Una contraddizione che il linguaggio non può accogliere nelle sue strutture d'ordine, nella linearità del tempo narrante.

La maternità primigenia ( come ho cercato di dimostrare in Il bambino della notte  ) si colloca prima del riconoscimento dell'identità sessuata , prima della contrapposizione dei generi , prima che vi sia un soggetto che dice "io". Come tale, è una forma dell'Es, della sua impersonale e atemporale esistenza. Una forma che l'icona rappresenta meglio della parola se è vero che il sogno, per sottrarli alla censura,  trasforma in immagini e  mette in scena ,  i pensieri dell'inconscio. Attraverso le forme della condensazione e dello spostamento è infatti possibile far coesistere tempi e spazi diversi, contenuti opposti, desideri contradditori.

Se ammettiamo che le figure godono  ,  di fronte alle  barriere censorie,  di un privilegio rispetto alle parole   -  nel senso che gli occhi della mente possono vedere ciò che le orecchie interiori non sanno udire -  le stature della Grandi Madri riescono probabilmente a trasmetterci significati esclusi dalla tradizione verbale.

Freud aveva già tentato di cogliere   la contraddizione fondamentale dell'imago materna ,  quella tra la vita e la morte, nell'opera  Il motivo della scelta degli scrigni, dove  si avvale del mito, della favola,  del folklore per rappresentare ciò che, nello psichico, rimane irrappresentato e,  per certi versi,  inaccettato. " Le grandi divinità-madri dei popoli orientali, scrive, sembra fossero generatrici e annientatrici insieme, dee della vita e della fecondità nello stesso tempo che dee della morte"  .  Quelle polivalenti forme simboliche riescono ad inviare all'uomo , di per sé recalcitrante a riconoscersi mortale,  un messaggio fondamentale: "la consapevolezza di essere anch'egli parte della natura, e come tale soggetto alla legge inesorabile della morte. "

Il senso della caducità passa quindi, per noi, attraverso il "sentimento oceanico" di appartenenza alla natura. Come se l'accettazione del limite si raggiungesse soltanto dopo che sono state infrante le barriere narcisitiche dell'Io.

Per il fatto di essere esterne rispetto al tempo vissuto e allo spazio dell'identità individuale ,  le Matres Matutae costituiscono un' occasione  di verità su noi stessi, un esperienza iniziatica , annientante e liberatoria al tempo stesso.

(Proiezione dei lucidi rappresentanti Le Grandi Madri )

Scoperte casualmente nel 1845, queste grandi statue di tufo ( se ne conservano 15O  )  rappresentavano una divinità materna di cui non conosciamo il nome. Poste in circolo , adornavano un grande tempio che si ergeva intorno a un' elevata ara votiva. Il santuario , dedicato alla guarigione delle malattie femminili, era a sua volta inserito in una vasta necropoli recintata da mura.   Si  fa risalire il complesso alla prima metà del secolo VI o agli ultimi decenni del VII secolo a.C. , quando la città di Capua svolgeva un importante ruolo di collegamento tra  l'Italia e la   Grecia . Le  immagini delle Madri, che iniziano nella preistoria,  furono però riprodotte, secondo le originarie modalità arcaiche,  sino al II secolo a.C.  

 Queste grandi icone materne ( da sedute sono alte circa due metri)  tengono in grembo  neonati strettamente avvolti in fasce che, diventando numerosi ( la maggiore ne regge  venti) ,  si riducono a covoni , a mazzi di  cereali  che, di umano, hanno solo la testa che coincide con la spiga (figura n. 2)   Tra la madre e i suoi innumerevoli figli non vi è relazione alcuna: i suoi   prodotti generativi le giacciono in grembo rigidi e inanimati.  In particolare, il volto materno non  ha  nulla di grazioso, di femminile, lo sguardo è fisso nel vuoto , come quello della Sfinge ( figura n. 3) .  I loro occhi non vedono perché non hanno niente  da guardare : risiedendo  in se stesse ,  non riconoscono   nulla fuori di sé.  E stato osservato che esse tendono all'inorganico, contengono la vita ma  non sono vive : si ammantano del divenire ma non mutano. Costituiscono l'esperienza,  la sua  condizione di possibilità ma non ne fanno parte perché  la precedono . In questo senso le dee cieche sono il perno attorno al quale accade il movimento rotatorio della vita e della morte , ma di per se stesse, esse non vivono né muoiono.  Anche la ricchezza di messi e di figli che  testimoniano è per loro senza gioia, senza alcuna espressione  di godimento , quasi che il processo generativo, cieco e imperturbabile,  le attraversasse  in modo impersonale.   Tutte hanno un tono piuttosto imponente, importante, sono  rappresentate come figure regali sedute su di un grande trono che coincide col loro stesso corpo, simbolo di potenza più che di potere ( figura n. 4)  . Non inscrivibili in una dimensione di storia dell'arte ,  queste figure sacre risultano estremamente lontane, aliene  rispetto al nostro essere nel mondo , quasi provenissero  da un altrove immemorabile, da un non-tempo. Nessuna donna vi si immedesima perchè rappresentano l'alterità che è in lei , il radicalmente altro.

Eppure in un certo senso esse ci contengono.

Per una coincidenza degli opposti, simile a quella del sogno, i figli che le madri tengono in grembo rappresentano i neonati e anche i morti che ritornano in seno alla terra. La Terra infatti, nel pensiero degli antichi, è coinvolta in due operazioni antitetiche: riceve in se stessa i semi e il corpo dei morti . Vi era  infatti  l'uso di seminare grano sulle tombe per sottolineare come la terra sia al tempo stesso seno di vita e di morte.   Origine e fine vengono a coincidere nel grembo della madre, dove l'opposizione si stempera nell'alternanza ciclica delle stagioni.  Ma vi è sempre il timore che la distruttività possa travolgere la fertilità, come dimostra un mito orfico di antropofagia.  I Titani infatti,  dopo aver  invitato  gli dèi  a banchetto ,  alla fine del pasto offrirono come vivanda un bambino , chiedendo  che fosse mangiato: tutti  si rifiutarono, ma  Demetra ne assaggiò un pochino, il mignolo .  La dea della nascita, solo lei,  poteva essere  una divinità antropofaga. E' perciò significativo che le Matres Matutae inviino un doppio messaggio: di rassicurazione e di terrore , unificato nella dimensione del sacro.

Le Dee di Capua  fanno parte delle cosiddette " Grandi Madri"  , dee della fecondità presenti in tutte le civiltà del mondo antico.  Nell'Olimpo greco Gaia, Rea, Era, Demetra; Iside in Egitto e nelle regioni ellenistiche; Ishtar presso gli assiro-babilonesi, Astart presso i fenici, Kali presso gli indiani. Nel simbolo della madre si ritrova la stessa ambivalenza presente nei simboli del mare e della terra : vita e morte sono correlate, nascere significa infatti uscire dal ventre della madre, morire è ritornare alla terra. La madre è sicurezza della protezione, del calore, della tenerezza, del nutrimento, ma è anche il rischio della prigionia e dell'oppressione, il pericolo del soffocamento, di madre si vive ma di madre si può anche morire. Nell'eccesso della funzione di contenimento, di alimentazione, di protezione, la madre diventa colei che divora il generato, la generosità che cattura e uccide. Non a caso Freud riconosce l'immagine della  madre nella terribile testa di Medusa, nel suo mortale incantamento. Quando scrive a Fliess definendo la madre  « quel preistorico  indimenticabile altro  ", sembra anticipare  il " grande Altro" di Lacan ,il luogo della parola al quale la maternità partecipa nella forma dell' assenza, della  non iscrizione.

Prima di porsi come distinti, madre e figlio costituiscono un'unità confusiva, una totalità chiusa, sorda  ad ogni interlocuzione:   staccarsi da lei richiede pertanto di sottrarle sé, di viverla come "non io" , di abbandonarla, di lasciare quel corpo nel quale abbiamo abitato, come fosse un paese divenuto improvvisamente straniero .  Inizialmente non ci si stacca da una persona, ma da un corpo:  un corpo, quello della prima esperienza infantile, destinato a rimanere materia. Non a caso madre e materia hanno la stessa radice linguistica.

Mentre la materia rimane irriducibile al linguaggio,  le statue delle Grandi Madri  possiedano la  straordinaria capacità di rappresentare l'elemento materico della generazione , là dove esso incontra la forma e vi accade  la coesistenza dei contrari. In esse vita e morte si stemperano nel grande ciclo della natura, nel susseguirsi inesorabile delle stagioni. 

Dalla Grandi Madri alle piccole madri

Dinnanzi alle Grandi Madri  siamo  confrontati con una dimensione umana che precede lo sviluppo individuale,  in termini junghiani con un archetipo. 

Progressivamente però queste statue  si "umanizzano" : è significativo che , tra quelle  prodotte nel III  secolo a.C. ,  ve ne siano  alcune, molto  più piccole delle altre ,  che rappresentano gesti carichi  di relazione e di affettività , come l' offerta del seno nell'allattamento.

Tuttavia  nella loro effige , ormai completamente antropomorfizzata , viene meno la forza sincretica originaria , il tentativo di cogliere  la pluridimensionalità della figura materna, la sua omologazione con la Terra ,  la procreazione  congiunta di figli e di messi.

Tra le ultime produzioni , una piccola terracotta, datata III secolo a. C. ,  è particolarmente bella:  con lineamenti fini, le membra arquate e i gesti aggrazziati , le vesti e l'acconciatura eleganti, questa figura materna   si pone in antitesi  rispetto alle espressioni materiche precedenti e seguenti.  La  sua comparsa   conclude , anche se non  definitivamente,  il ciclo delle Grandi Madri campane.  Una  sporadica stuatuaria della maternità originaria  continua infatti sino a noi,  come attesta la scultura di  di Hanry Moore.  

 Di fronte alla figura  della madre che allatta il suo bambino, sentiamo che anche lei  è una piccola madre come noi, che non è più la Madre-Terra ma ,finalmente,  una donna.

Nell'inevitabile  umanizzazione della funzione materna qualche cosa però viene perduto:  la   dimensione biologica  che   connette pulsioni di vita e di morte , economia dell'individuo e della specie. Scrive Freud : " L'individuo conduce effettivamente una doppia vita, come fine a se stesso e come anello di una catena di cui è strumento, contro o comunque indipendentemente dal suo volere. Egli considera la sessualità come uno dei suoi propri fini; ma da un altro punto di vista, egli stesso non é che un appendice del suo plasma germinale a disposizione del quale pone le proprie forze in cambio di un premio di piacere. Egli é veicolo mortale di una sostanza virtualmente immortale...."  Ciò che dura nel tempo non è l'involucro individuale ma la materia vivente che si rinnova proprio sulla morte del suo contenitore.

In quanto rappresentazione  della impersonalità del ciclo vitale finalizzato alla sopravvivenza della specie, non del singolo, le Grandi Madri non sono completamente  psicologicizzabili. La dimensione biografica della  nostra  vita  è troppo piccola per contenerle, esse ci trapassano da ogni parte, collocandosi prima e dopo la nostra personale esistenza. Quando Freud esclama : "La femminilità è un destino" intende forse evocare questa contaminazione dello psichico con il biologico, la stessa che cerca di cogliere nella grande teorizzazione di Al di là del principio di piacere , dove la morte diviene , non la polarità antagonistica , ma la finalità stessa della vita, il suo obiettivo ultimo. Il travaso della vita nella morte, dell'organico nell'inorganico ci confronta con una necessità inesorabile che costituisce un'  insanabile "ferita narcisistica" rispetto alla padronanza di sé  e alla signoria della propria vita , secondo le quali  l'Io ama rappresentarsi.

Nel Faust , Gothe fa dire a Mefistofele: " Svelo di malavoglia mistero così alto. Dee dominano altere in solitudine. Non luogo intorno ad esse, meno ancora tempo. Parlarne è arduo. Sono le madri! "..... Faust rabbrividendo: " Madri!" Mefistofele: " Ti dà i brividi? " . Faust: " Le madri!" " Madri.... come suona strano!" Mefistofele: " E strano é. A voi mortali dee ignote, da noi non volentieri nominate. Sulla via alle loro dimore dovrai esplorare gli abissi. .. Faust: " Dov'é la via?" Mefistofele: " Via non c'é ! Nell'inesplorato che non si può esplorare; via al non impetrato che non si può impetrare. Sei pronto? Non serrami ci sono, non catene da rompere. Sarai travolto per le solitudini. Deserto, solitudine; che siano ne hai un'idea?"  Mefistofele cerca di ricondurre le Grandi Madri all'interno della storia ma non vi riesce perché esse sono  precondizione della possibilità stessa della storia. 

Quello che è indicibile nelle statue delle Mattres Matutae diviene  mistero sacro che ci fa toccare il bordo delle parole, il limite del discorso .   Sembra quasi di cogliere , nel segreto delle Madri, quella che Simone Weill chiama la " parte divina  increata" di noi, di fronte alla quale  dobbiamo accordare il nostro consenso a ciò che siamo e lasciarlo apparire.

 "Simone Weil traccia una strada che permette di passare dalla necessità subìta passivamente, che non è altro che caso, alla necessità consapevolmente accettata: è questa una via di liberazione che implica il consenso alla necessità..."  Incarnarsi in ciò che si é   , liberandoci dall'immaginazione narcisistica , fa coincidere il corpo con il mondo 

Le Matres Matutae  rappresentano la maternità così come è stata vissuta dal mondo precristiano: come necessità naturale alla quale   non è possibile sottrarsi perchè essa procede incurante del singolo individuo, inesorabile come il ciclo delle stagioni.

Con l'avvento del Cristianesimo la maternità cessa di essere un accadimento della natura. In quanto  volere di Dio, della sua onnipotenza, essa rappresenta piuttosto un accadimento sovrannaturale.

All'Arcangelo Gabriele, inviato ad annunciarle la sua sacra maternità, Maria non può che chinare il capo e rispondere "Sì".

La maternità , idealizzata dall'appartenenza al divino, non si inscrive più nella cieca necessità, ma nell'obbedienza.

Per secoli l' obbedienza costituisce la virtù che trasforma la donna in madre.

( Proiezione di immagini dell'Annunciazione )

Le immagini ci dicono che non è facile accettare psicologicamente la maternità provvidenziale . Ma non vi era allora  altra via per accedere alla generazione umana.

Fino a qualche generazione fa le donne potevano scegliere se sposarsi o rimanere nubili ma, una volta scelto il matrimonio, la procreazione diveniva una conseguenza inevitabile. Storicamente vi sono molti libri di etica coniugale, ma nessuno di etica materna.

Solo recentemente, alla fine degli anni '6O, la contraccezione diffusa ha trasformato la maternità in un ambito di scelte . E dove vi è scelta vi è sempre una dimensione etica.

Dapprima la  sessualità si è scissa dalla procreazione e successivamente,  alla fine degli anni 7O, con la nascita in Inghilterra di Louise Brown ( la prima bambina in provetta) la procreazione si è resa indipendente dalla sessualità. E' ora possibile scegliere se, come e con chi divenire genitori.

Le biotecnologie hanno portato grandi speranze per le coppie sterili o portatrici di malattie genetiche.

Ma al tempo stesso minacciano  di mettere in crisi la struttura edipica, il suo sistema di vincoli e di interdizioni.

Soprattutto la donazione di gameti ( ovuli o spermatozoi ) da genitore biologico ignoto e l'utero a nolo sollecitano molti problemi.

Il materiale generativo rischia infatti di ridursi a una cosa che, simile al denaro, circola anonimamente di corpo in corpo, senza tener conto dello spazio, del tempo, delle identità in gioco.

Persino la barriera della morte può essere superata dalla nascita di un figlio dopo molti anni che i suoi genitori sono defunti. La medicina del desiderio si è sostituita a quella del bisogno e, come la psicoanalisi insegna, il desiderio si radica nell'inconscio, nella sua economia onnipotente e narcisistica, insofferente del limite e della misura.

Di fronte a questa sfida si contrappongono due atteggiamenti, entrambi semplicistici : proibire tutto ;  consentire tutto.

La morale tradizionale, di stampo maschile, è infatti aprioristica, impersonale e generica. I valori vengono presentati in modo anonimo e impersonale e, come tali, non riescono a cogliere processi, come quelli generativi, che si collocano in spazi intermedi: tra il corpo e la mente, tra sè e gli altri, tra la vita e la morte.

Occorre pertanto integrare l'etica maschile con una moralità femminile. Ma le giovani donne sono più che mai confuse sulla loro identità.

Gli artisti contemporanei, i fotografi di moda, le ritraggono infatti chiuse in un narcisismo solipsistico, incapaci di comunicare con se stesse e con gli altri. Esse sono "foto-modelle" nel senso più pregnante del termine in quanto costituiscono modelli di riferimento per le loro coetanee.

( Proiezione delle giovani fotomodelle)

I corpi di queste giovani donne , reclinati su se stessi, rivelano l'incapacità di riconoscere, accettare e valorizzare le componenti materne dell'identità femminile. L'anoressia stessa è, prima di tutto, un rifiuto del corpo materno a favore di un corpo androgino, che rigetta la dimensione della procreazione e della cura, simbolizzata dall' alimentazione.

Eppure vi è più che mai bisogno, nella nostra epoca, di una presa di responsabilità femminile.

L' approccio delle donne al mondo è sempre attento ai soggetti, alle relazioni, alle ragioni ma anche alle passioni in gioco.

Da sempre predisposto ad accogliere l'altro dentro di sè, ad elaborare e condividere i suoi vissuti e al tempo stesso  a tener conto della rete di relazioni nella quale ciascuno è inserito, il punto di vista delle donne può portare un contributo essenziale alla nostra società.

La madre , in quanto capace di trasformare il dominio assoluto sul figlio in un progressivo allontanamento che non sospende mai la responsabilità, rappresenta  un fondamentale paradigma etico.  In questo senso la maternità  si presenta come  un lungo interminabile addio. 

Ma non basta essere madri per costituire un riferimento etico valido per tutti. La maternità borghese, che intende il figlio come espressione dell'io e del mio, non esce dalla dimensione angusta dell'egoismo proprietario e come tale conferma e perpetua l'alienazione della modernità.

 Occorre piuttosto declinarsi sotto il segno della differenza e della specificità  e attribuire alla funzione materna quella dimensione ampia e complessa che le culture premoderne avevano, in modo diverso, saputo cogliere. Il  senso di un ritorno alle origini psichiche e culturali della maternità consiste infatti nel tentativo di recuperare tutto ciò che la civilizzazione, intesa come procedere della rimozione, ha cancellato. Ma che ora ritorna, come sintomo, a turbare  una onnipotente ideologia della scelta e della padronanza di sè che nasconde, sotto un eccesso di luminosa razionalità , le ombre lunghe dell'inconscio.


Volver
Articulos relacionados

Texto presentados por la Dra. Silvia Vegetti Finzi en 1998, a raíz de su visita a Buenos Aires junto al analista Francesco Marchioro

Texto presentados por la Dra. Silvia Vegetti Finzi en 1998, a raíz de su visita a Buenos Aires junto al analista Francesco Marchioro

 

Random Image
38